In data 15 luglio 2026 sono entrate in vigore nel nostro Paese, non senza provocare polemiche, nuove norme per regolare il controverso fenomeno della Shrinkflation.
Parliamo della pratica che trae il nome dall’unione di due vocaboli inglesi: la prima parte, dal verbo “to shrink”, vale a dire “restringere”; la seconda parte, dal termine “inflation”, vale a dire “inflazione”.
Il fenomeno consiste nella riduzione della quantità del prodotto offerto al pubblico, a volte con riprogettazione del Packaging, mantenendone però formalmente inalterato il prezzo di vendita.
Si tratta, in buona sostanza, di una forma di inflazione velata, utilizzata dalle aziende per compensare gli aumenti dei costi di produzione senza far scattare incrementi del prezzo al consumatore finale.
In altri termini, ci troviamo dinanzi ad una forma di aumento dei prezzi esercitato in modo indiretto, senza farlo comparire sullo scontrino: il consumatore paga la stessa cifra di prima, ma acquista meno prodotto.
Per effetto della nuova normativa, i Produttori, anche tramite i Distributori, devono mettere una scritta determinata ex lege a disposizione dei Commercianti: sono questi a doverla veicolare ai clienti, esponendola “nel punto vendita con modalità chiaramente visibili e leggibili da parte del Consumatore”.
Per le vendite online, si specifica che la comunicazione dovrà essere “resa disponibile all’atto della presentazione del prodotto in modo da consentire che la scelta e l’acquisto siano informati”.
Dedico al fenomeno della Shrinkflation e al suo delicato e scivoloso rapporto con il Brand un articolo sulla rivista Memo Grandi Magazzini Culturali, nell’ambito della rubrica TechnItaly.
My two cents, in estrema sintesi, sull’argomento: per le Aziende è di fondamentale importanza gestire questa pratica con una Comunicazione particolarmente attenta, per non provocare un impatto negativo su un fattore cruciale per il Brand: la Fiducia dei Clienti.
L’articolo completo è stato pubblicato su grandimagazziniculturali.it