Dal 19 luglio, per le grandi imprese del settore moda, la distruzione dei prodotti tessili e delle calzature invenduti non è più una pratica consentita. A vietarlo è il regolamento europeo sull’Ecodesign per i prodotti sostenibili (ESPR) che mira a prodotti progettati per durare più a lungo, essere riparati, riutilizzati e, solo come ultima opzione, riciclati.
Una novità che punta alla tutela ambientale ma il cui impatto va ben oltre, perché introduce un principio destinato a incidere direttamente sulle strategie delle imprese: la sostenibilità entra nella gestione del prodotto lungo tutto il suo ciclo di vita, compresa la fase dell’invenduto.
C’è però un aspetto meno evidente, ma giuridicamente molto interessante.
La stessa normativa prevede alcune eccezioni al divieto, tra cui i casi in cui la reimmissione sul mercato dei prodotti potrebbe comportare una violazione dei diritti di proprietà intellettuale. Un passaggio che racconta molto dell’evoluzione del diritto europeo.
Da una parte, l’obiettivo di ridurre gli sprechi e promuovere modelli di economia circolare. Dall’altra, l’esigenza di continuare a tutelare il valore dell’innovazione, del design e dei marchi, che rappresentano uno dei principali asset competitivi delle imprese.
La sfida, quindi, non è scegliere tra sostenibilità e proprietà intellettuale.
È costruire un equilibrio tra interessi entrambi meritevoli di tutela.
Ed è proprio in questo equilibrio che il diritto sarà chiamato a svolgere un ruolo sempre più strategico: accompagnare le imprese verso modelli produttivi più sostenibili senza compromettere la protezione del patrimonio immateriale che ne costituisce il valore.