Secondo il report “Influencer Marketing in Italia 2026” di DeRev, il mercato italiano dell’influencer marketing raggiungerà quest’anno i 425 milioni di euro, con una crescita del 10,4% rispetto al 2025. La ricerca, condotta su 5.000 creator e 865.000 contenuti, racconta però qualcosa di più profondo del semplice aumento degli investimenti.
Il peso delle celebrity, infatti, continua a ridursi, mentre crescono micro, mid-tier e macro influencer: profili con community più coinvolte, relazioni più dirette con il pubblico e un ritorno più misurabile per le imprese.
È un cambio di equilibrio importante. Anche sul piano giuridico.
Il report evidenzia infatti che, su TikTok, solo lo 0,78% dei post con più interazioni contiene un’indicazione di contenuto sponsorizzato. Su Instagram la percentuale sale al 4,46%, mentre nei video lunghi di YouTube arriva al 29%.
Numeri che mostrano quanto il tema della trasparenza sia ancora centrale.
Dopo il cosiddetto “caso Ferragni”, l’influencer marketing ha definitivamente smesso di essere percepito come una zona grigia della comunicazione digitale. L’intervento di AgCom, con le Linee guida e il Codice di condotta rivolti agli influencer, conferma una direzione ormai chiara: chi comunica con finalità commerciali deve farlo in modo riconoscibile, corretto e responsabile.
Per le imprese, una collaborazione con un creator non è più soltanto una scelta di marketing.
È un’operazione che coinvolge la tutela del brand, l’utilizzo di marchi, immagini, musica e contenuti creativi, la gestione dei diritti di proprietà intellettuale, la disciplina dei rapporti contrattuali con agenzie e creator e la prevenzione del rischio legale e reputazionale.
In altre parole, la creator economy sta diventando sempre più una questione di governance.
Perché, quando un mercato raggiunge la maturità, la compliance smette di essere un costo e diventa un vantaggio competitivo.