Un fenomeno apparentemente sciocco sta in realtà mettendo sotto stress concetti giuridici fondamentali come l’originalità, la creatività, la paternità e lo sfruttamento economico. Sono i “BrainRot”: video assurdi, meme generati con l’IA, personaggi surreali. Contenuti, appunto, “sciogli cervello”, apparentemente senza senso, che popolano i social, a partire da TikTok.
Questi video non hanno un autore identificabile, sono continuamente sottoposti a remix e mutazioni infinite, esprimono una sorta di identità collettiva e sono clamorosamente virali. Molto simili, paradossalmente, alle fiabe popolari o alle maschere tradizionali: nessuno “possiede” davvero Arlecchino, ma tutti lo riconoscono.
La differenza, in questo caso, la fa internet e la possibilità di monetizzare. Ma come si può riconoscere un diritto d’autore a un’“opera” che è intrinsecamente anti-autoriale visto che può essere copiata, deformata, rifatta male o rilanciata all’infinito? Secondo quanto emerso recentemente nel dibattito sul fenomeno, alcuni creator avrebbero iniziato a percorrere la strada del deposito di marchi legati ai personaggi e ai nomi diventati virali online. “Tralalero Tralala” (uno squalo con tre scarpe da ginnastica) potrebbe essere difficile da proteggere come opera artistica, ma molto più facile da sfruttare come brand commerciale.
Ed è ciò che è successo in alcuni casi con contenuti nati e cresciuti in una sorta di caos distribuito fino a quando qualcuno ha tentato di attribuirsi la paternità, monetizzarli e trasformarli in brand. Pepe the Frog, Doge, Nyan Cat, Grumpy Cat, Success Kid, Skibidi Toilet. Fra autori più o meno tracciabili e scaltrezza imprenditoriale, sono tutti contenuti ritenuti assurdi e liberi che si sono trasformati in proprietà intellettuale tradizionale con merchandising, licensing, film, addirittura criptovalute. E, come sempre accade con prodotti di successo, con contenziosi milionari.
Forse il futuro dei meme non sarà il copyright ma il trademark.