Nello Stato dell’Unione di due giorni fa, la Presidente della Commissione Ursula von der Leyen ha ribadito l’impostazione umanocentrica dell’Intelligenza Artificiale europea: “vogliamo l’IA con human agency”, con l’esempio della diagnostica medica in cui l’IA lavora a supporto del medico senza sostituirlo. È il principio che l’AI Act traduce in obbligo di sorveglianza umana per i sistemi ad alto rischio (art. 14).
Nello stesso discorso convive un secondo obiettivo: “restare nella corsa” e portare l’AI “dallo schermo all’economia e società reali”, con modelli industriali su misura in cinque settori chiave: sanità, trasporti, agrifood, manifattura avanzata, difesa e spazio.
La sorveglianza umana è anzitutto un asset: genera fiducia, qualità del dato, decisioni tracciabili e opponibili. Ma è anche un requisito di progettazione che incide su scala, velocità di adozione e costi per le imprese.
L’affermazione secondo cui “limitando i rischi dell’IA massimizziamo i benefici” presuppone una coincidenza tra tutela e valore che non è data a priori e andrebbe verificata caso per caso.
Nulla quaestio sul modello valoriale, che è imitato anche fuori dall’Europa. Il vero tema è che la regolazione porta un beneficio (in termini di valore) ma anche un sacrificio (in termini di competitività).
Mi chiedo: come assicurare competitività pur ottemperando all’art. 14? Oppure l’osservanza ai vincoli regolamentari finisce per essere un costo che altri competitors non sopportano?
È qui, a mio avviso, che si gioca la partita e la tenuta del modello europeo nel lungo periodo.