Dyson ha presentato nelle ore scorse CameraJet™, il suo primo prodotto per l’igiene orale. Stando a quanto riferisce Tom’s Hardware Premium, ci sono voluti sei anni di sviluppo, 661 ingegneri, 38 brevetti, 16 milioni di righe di codice e un modello di intelligenza artificiale addestrato su oltre 470.000 immagini.
Il dato che ho trovato più significativo è come Dyson abbia gestito la propria innovazione: brevetti e know-how. L’impresa ha saputo combinarli con intelligenza, proteggendo con privative ciò che conviene rendere pubblico e custodendo ciò che è più prezioso tenere riservato. Questa gestione consapevole della proprietà intellettuale costruisce il vero vantaggio competitivo, prima ancora del prodotto in sé.
Mi ha colpito anche il tema dell’IA. Il punto non è che ci sia, ma dove è stata messa: nel gesto più ordinario della giornata. IA e machine learning si inseriscono nella quotidianità e lavorano senza chiedere nulla all’utente.
E’ sintomo di maturità innovativa anche il fatto che, per far “vedere” la telecamera, Dyson abbia sviluppato pure dentifricio e collutorio a bassa schiuma. La tecnologia ha cioè imposto di ripensare l’intera filiera, spostando il valore dal singolo prodotto all’ecosistema che lo rende possibile.
Mi sento quindi di concludere che Dyson conferma di essere un esempio di innovazione al passo con i tempi: non perché usa l’IA, ma perché sa combinare gli strumenti dell’innovazione, come brevetti, know-how, R&D, ecc., per dar loro una forma concreta.
Allo stesso tempo mi chiedo: quanto valore risiede nell’oggetto e quanto nell’intelligenza, nell’esperienza, nel diritto e nell’ecosistema che ci stanno dietro?