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Brevetti green e digitali: l’Italia cresce, ma la sfida resta la tutela

Tra il 2021 e il 2024 crescono le domande di brevetto italiane su tecnologie green e digitali. Il nodo resta la capacità delle PMI di trasformare l’innovazione in proprietà intellettuale

L’Italia si scopre in buona salute per quanto riguarda il deposito di brevetti in ambito di transizione green e digitale.

Tra il 2021 e il 2024 si registra infatti un boom delle domande italiane pubblicate dall’Ufficio europeo dei brevetti, con un incremento del 25% nelle tecnologie verdi e del 16% in quelle digitali. In questo contesto il nostro Paese si colloca al terzo posto nella classifica europea, subito dopo Germania e Francia.

Una spinta importante è arrivata dagli investimenti legati al PNRR, che hanno sostenuto ricerca e sviluppo in settori chiave della transizione ecologica e tecnologica. Tuttavia, osservando il rapporto tra numero di brevetti e popolazione, secondo i dati di Unioncamere l’Italia scivola a metà classifica europea.

Si tratta di un indicatore tutt’altro che secondario, perché misura la propensione strutturale all’innovazione, non soltanto la sua dimensione assoluta.

Eppure il sistema produttivo italiano continua a dimostrare una forza straordinaria. Nonostante tensioni geopolitiche e politiche commerciali restrittive, il Made in Italy vale circa 4.200 miliardi di euro e colloca il nostro Paese al terzo posto nel mondo nell’export di beni ad alta specializzazione, secondo i dati del Ministero delle Imprese e del Made in Italy.

Il punto, quindi, non è l’assenza di innovazione. Spesso è la sua mancata codifica.

In molte PMI italiane l’innovazione esiste, ma non viene tradotta in brevetti, modelli, marchi o altri strumenti di tutela della proprietà intellettuale. Questo espone le imprese a un duplice rischio: perdere vantaggio competitivo e subire imitazioni o contraffazioni sui mercati esteri.

La vera sfida dei prossimi anni, soprattutto ora che il PNRR si avvia alla conclusione, sarà culturale prima ancora che finanziaria: diffondere in modo capillare la consapevolezza che la tutela della proprietà intellettuale non è un costo, ma un investimento strategico. Un investimento che gioca un ruolo sempre più rilevante anche nel mercato del credito, considerando l’attenzione crescente che le banche dedicano agli asset immateriali.

Innovare è fondamentale. Ma senza protezione si rischia di lasciare il lavoro a metà.

 
 

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