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Post offensivi sui social: il Tribunale di Roma chiarisce i limiti di responsabilità

Il Tribunale di Roma stabilisce che le piattaforme non hanno obbligo di sorveglianza preventiva; devono rimuovere solo contenuti manifestamente illeciti dopo segnalazione

Se qualcuno pubblica post offensivi su un social network, la piattaforma ne risponde?

Il Tribunale di Roma, con sentenza del 21 gennaio 2026, ha detto: no.
E le ragioni meritano attenzione.

Il caso
Una nota emittente televisiva ha citato in giudizio la piattaforma X (ex Twitter) perché un utente anonimo, spacciandosi per insider di un celebre reality show, pubblicava centinaia di post con retroscena infamanti: raccomandazioni, favori sessuali, televoti pilotati, finti siparietti orchestrati dalla produzione.
L’emittente chiedeva la rimozione di tutti i contenuti, il risarcimento di 50.000 euro e la pubblicazione della sentenza sulla homepage di X.

La decisione
Il Tribunale ha rigettato ogni domanda, con una doppia motivazione:

  • La piattaforma, in quanto hosting provider, non ha un obbligo di sorveglianza preventiva sui contenuti pubblicati dagli utenti. Dopo la segnalazione, ha valutato i post e rimosso quello ritenuto manifestamente illecito: tanto basta. Imporre la rimozione automatica su semplice diffida rischierebbe di comprimere in modo incontrollato la libertà di espressione.
  • I post, letti nel contesto di un reality show che vive di polemiche e spettacolarizzazione, non superano la soglia della diffamazione: sono espressione di critica televisiva, anche aspra, ma legittima.

Cosa significa per tutti noi?
Che la legge non impone alle piattaforme di fare da “giudice” dei contenuti. L’hosting provider deve attivarsi dopo una segnalazione, valutare e rimuovere solo ciò che è manifestamente illecito. Per il resto, serve un giudice. Un equilibrio delicato tra tutela della reputazione e libertà di espressione nell’era dei social media.

 

 

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