L’intelligenza artificiale generativa non si limita più a scrivere testi o creare immagini. Oggi può clonare voce, volto, gesti, stile comunicativo. E la domanda giuridica è diventata urgente: come si tutela l’identità nell’era dei deepfake?
Negli ultimi mesi stiamo assistendo a un fenomeno interessante: alcune personalità pubbliche stanno cercando una protezione più “azionabile” rispetto al tradizionale diritto all’immagine o alla privacy. La strada scelta? Il marchio.
In Italia si è parlato del caso di Luca Ward, attore ma, soprattutto, voce di attori famosissimi come Russell Crowe, Samuel L. Jackson, Keanu Reeves, nonché voce fuori campo di centinaia di spot, documentari, cartoni animati. E, infatti, stando alle cronache, non a caso avrebbe avviato la registrazione della propria voce come marchio sonoro in chiave anti-clonazione.
Nel Regno Unito, Jeremy Clarkson ha depositato un marchio costituito da immagini del proprio volto, includendo espressamente tra i prodotti e servizi anche contenuti “AI-generated”.
Negli Stati Uniti, Matthew McConaughey ha costruito una strategia multi-marchio (anche sonoro) per delimitare l’uso della propria “persona” in contesti digitali.
La loro scelta è chiara: il marchio offre strumenti chiari di tutela contro la contraffazione. Ma non è una tutela assoluta, perché protegge un segno distintivo in ambito commerciale ma non è un diritto generale sulla propria identità. Ed è proprio questo il tema che sta diventando centrale nella regolazione dell’intelligenza artificiale.
Non è solo una questione da celebrity. Brand, imprenditori, creator, manager: la propria voce digitale e la propria immagine sintetica stanno diventando asset economici. E come tali vanno qualificati giuridicamente, protetti strategicamente e difesi tempestivamente.
L’abbiamo detto più volte: l’innovazione tecnologica corre e la tutela giuridica deve imparare a correre con lei.