Mario Draghi è intervenuto alla giornata inaugurale dell’anno accademico al Politecnico di Milano sul tema della competitività europea nell’intelligenza artificiale, evidenziando il gap esistente con altre economie globali.
I numeri delineano uno scenario significativo: dal 2017, il 73% dei modelli di IA è stato sviluppato negli Stati Uniti, mentre i finanziamenti globali alle startup del settore vedono il 61% destinato ad imprese americane, il 17% a quelle cinesi e solo il 6% a quelle europee.
Al centro dell’analisi di Draghi è posto l’approccio normativo europeo: l’UE avrebbe trasformato valutazioni preliminari in norme definitive troppo rigide per un settore in rapida evoluzione. Il recente rinvio dell’applicazione all’AI Act con riguardo ai sistemi ad alto rischio, poi, non risolverebbe la questione della flessibilità normativa, fulcro centrale nel dibattito sulla competitività.
L’AI Act persegue obiettivi rilevanti come sicurezza, trasparenza e tutela dei diritti fondamentali e la vera sfida è valorizzarli senza compromettere la capacità innovativa. Secondo le stime illustrate dall’ex Presidente della BCE, un’adozione diffusa dell’IA potrebbe generare un incremento del PIL fino all’1% annuo.
Il punto chiave, dunque, è trovare l’equilibrio tra protezione e governance, da un lato, e capacità competitiva del sistema economico europeo dall’altro.